Scrittura, trauma e salute

In questo post non affronto una ricerca recente, in effeti l’articolo è del 1988 ed è evidentemente datato, ma ne scrivo perchè questa ricerca ha dato vita a tutto un filone di studi di cui possiamo trovare tracce anche oggi.
Pennebaker, Kielcol-Glaser e Glaser hanno condotto una ricerca (‘Disclosure of Traumas and Immune Function: Implication for Psychotherapy’, 1988) pienamente inserita nella lunga tradizione della psicosomatica come della più recente psicologia della salute.
Questi autori si chiesero se la psicoterapia potesse avere effetto nel ridurre i problemi di salute fisica. Al momento della loro ricerca c’erano stati vari studi che avevano individuato ad esempio, che nei soggetti che seguivano una psicoterapia diminuiva il ricorso al medico rispetto ad un gruppo di controllo, ma non era chiaro perchè questo accadesse.
Inoltre, era stato lungamente osservato che conflitti psicologici, ansia, e stress causavano sintomi fisici, ed era stato coerentemente ipotizzato che una riduzione del conflitto o dello stress avrebbe ridotto anche la malattia.
Il modo in cui  gli individui affrontano un’esperienza traumatica è predittivo della comparsa o meno di malattia, e per esempio, individui che hanno dovuto affrontatere una particolare agitazione, come la morte di un coniuge, sono più vulnerabili a una varietà di malattie. Allo stesso tempo, l’effetto negativo dello stress può essere tamponato dal supporto sociale.
Un tema comune in psicoterapia, fin dalle origini, è che le persone possono affrontare meglio un trauma se sono in grado di comprenderlo e assimilarlo.
Su questa scia, Pennebaker e Beall (1986) condussero un esperimento chiedendo a studenti universitari in buona salute di scrivere di esperienze traumatiche o di argomenti triviali per quattro giorni consecutivi. Nel mese successivo l’esperimento, i soggetti che avevano scritto riguardo ad un’esperienza traumatica, fecero ricorso all’ambulatorio medico del college significativamente meno rispetto agli altri.
La ricerca psiconeuroimmunologica indica inoltre che il sistema nervoso centrale può attivamente influenzare il sistema immunitario.

La ricerca del 1988 ha esaminato l’effetto della scrittura di eventi traumatici sulla funzionalità del sistema immunitario.

Cinquanta studenti universitari in salute vennero assegnati casualmente a scrivere di un’esperienza personale traumatica o un argomento triviale per 20 minuti, ogni giorno, per quattro giorni consecutivi.
Per misurare la risposta immunitaria è stata esaminata la risposta dei linfociti alla stimolazione da parte di sostanze esterne al corpo (i mitogeni). La misura della proliferazione dei linfociti in risposta allo stimolo è stata considerata un buon modello “in vitro” della risposta del corpo ad agenti patogeni, come batteri e virus.
Nella ricerca, dei campioni di sangue furono prelevati il giorno precedente la scrittura, l’ultimo giorno di scrittura e sei settimane dopo la scrittura. Inoltre furono prese in considerazioni anche misure di salute/malattia come le visite all’ambulatorio medico, i sintomi auto-riportati, i livelli di base e la stress percepito.
Il giorno precedente la sessione di scrittura il soggetti furono invitati in gruppo a compilare una batteria di questionari, e, dopo averli fatti rilassare per 10 minuti, furono loro misurate pressione sanguigna, frequenza cardiaca e livello di conduttività della pelle. Dopo di questo gli fu prelevato il primo campione di sangue.
Poi, nei successivi quattro giorni i soggetti parteciparono alle sessioni di scrittura, ai soggetti che avrebbero dovuto scrivere riguardo l’esperienza traumatica venivano date queste istruzioni:

Per i prossimi quattro giorni vorrei che scrivestea proposito dell’esperienza più traumatica di tutta la vostra vita. Potete scrivere per tutti e quattro i giorni sullos tesso argomento oppure ogni giorno su traumi diversi. La cosa importante è che scriviate i vostri sentimenti e pensieri più profondi. Idealmente quello che scriverete dovrebbe affrontate un evento o esperienza di cui non avete parlato mai a nessuno nel dettaglio.

Invece ai soggetti nella condizione no-trauma veniva chiesto di descrivere oggetti o eventi nei minimi dettagli senza discutere le loro emozioni o pensieri.
Alla fine della quarta sessione di scrittura ai soggetti venivano di nuovo misurate pressione sanguigna, frequenza cardiaca e livello di conduttività della pelle, poi veniva prelevato un secondo campione di sangue. Dopo sei settimana i soggetti tornavano per sottoporsi agli stessi controlli.

Al termine dello lo studio l’ambulatorio medico fornì i dati riguardanti il numero di visite per malattia di ogni studente riguardo ai cinque mesi prima dello studio e per le 6 settimane dello studio. Dopo tre mesi dalla fine della fase di scrittura ai soggetti fu inviato un questionario di follow-up riguardo lo stress e le proprie abitudini giornaliere (fumare, fare esercizio fisico), gli stessi argomenti affrontati dal questionario precedente la scrittura.

I risultati furono sorprendenti: indicarono che scrivere riguardo ad un’esperienza traumatica aveva un effetto positivo sulla risposta immunitaria, sui livelli di base,  sullo stress percepito, nonchè si verificava un minor ricorso a visite mediche. L’effetto era più marcato in chi non aveva mai discusso prima con altri dell’esperienza di cui aveva scritto.
Questi effetti non furono riscontrati nel gruppo di controllo.

Gli autori hanno inizialmente ipotizzato che esista uno stress che origina quando non si è in grado di affrontare un trauma, in particolare, l’inibizione, la repressione attiva di pensieri, sentimenti e comportmenti è associata ad una “fatica” che, nel lungo periodo può manifestarsi in malattie. In questo senso sembrava che l’effetto positivo sulla salute derivi da una liberazione del contenuto traumatico, che non deve più essere attivamente mantenuto lontano dalla coscienza.

In seguito però, col susseguirsi degli studi su questo argomento si è giunti a ritenere che il meccanismo che provoca il cambiamento positivo sia la riorganizzazione mentale dell’evento, la produzione di una narrazione, a volte anche di una prima narrazione, altre di una nuova, intorno all’evento.
In effetti nella ricerca del 1988 gli autori osservano ad esempio che molti dei soggetti che avevano scritto riguardo al trauma cambiavano gradualmente, attraverso le sessioni, la proprio prospettiva su di esso. Riportano ad esempio il caso di una donna, molestata all’età di 9 anni da un ragazzo di tre anni più grande di lei.

[...] inizialmente enfatizzò i suoi sentimenti di imbarazzo e colpa. Arrivata al terzo giorno di scrittura espresse rabbia verso il ragazzo che la vittimizzò. Nell’ultimo giorno aveva iniziato a mettere la cosa in prospettiva. Nell’intervista di follow-up sei settimane dopo l’esperimento riportò: “Prima, quando ci pensavo, mentivo a me stessa…Adesso, non sento nemmeno più di doverci pensare perchè l’ho buttato fuori. Ho finalmente ammesso che è accaduto…Conosco veramente la verità e non dovrò più mentire a me stessa.”

Pennebaker e Francis (‘Cognitive, emotional, and language processes in disclosure’, 1996) in seguito hanno sintetizzato cosa accade nello scrivere un’esperienza: si organizza una narrazione coerente e sequenziale; si riconoscono connessioni causali; si prendono in considerazioni altri punti di vista anche nella prospettiva che ci sia un eventuale lettore; si riflette su e si definiscono emozioni e pensieri.

Questa ricerca è particolarmente importante perché sottolinea l’effetto positivo di questo processo di riorganizzazione narrativa dell’esperienza.

Come dicevo, questa ricerca, insieme a quella iniziale di Pennebaker e Beall, ha dato impulso a tutta un filone di ricerca sulla tecnica della scrittura. Dalla pagina personale di Pennebaker è possibile scaricare una gran quantità di articoli su ricerche da lui condotte, ma molti altri psicologi hanno realizzato progetti simili, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa.

ResearchBlogging.org
Pennebaker JW, Kiecolt-Glaser JK, & Glaser R (1988). Disclosure of traumas and immune function: health implications for psychotherapy. Journal of consulting and clinical psychology, 56 (2), 239-45 PMID: 3372832

[English translation of this article]

Confessioni pericolose: violenza in psicoterapia, fra realtà e fantasia.

Affrontare rabbia e comportamenti potenzialmente violenti non è di certo facile. Anche per gli psicoterapeuti gestire l’emergere dell’aggressività durante una consultazione può risultare difficoltoso: il rischio è che tali sentimenti, se non riconosciuti o adeguatamente affrontati, possano avere gravi conseguenze. La paura della violenza sembra essere comune fra gli psicologi (Pope & Tabachnick, 1993), molto diffuse sono: la paura che il cliente possa attaccarli, che possa attaccare qualcun’altro, o che possa essere attaccato da qualcun’altro. Altrettanto comune è che gli psicologi si sentano arrabbiati per i comportamenti del cliente verso qualcun’altro. Poco meno del 20% degli psicologi ha dichiarato di essere stato aggredito da un cliente. Aggressioni ad altri da parte del cliente vengono riferite da circa i 60% degli psicologi. Tali comportamenti scatenano frequentemente negli psicologi la fantasia di poter essere aggrediti, e producono tutta una serie di reazioni: dal dichiarare al cliente la propria paura, al riferire la cosa alla polizia, al procurarsi un arma per difendersi, fino, all’usarla (0.4% degli psicologi intervistati da Pope e Tabachnick).
Secondo Gately e Stabb (2005) tra il 35 e il 40% degli psicologi correrebbero il rischio di essere aggrediti da un cliente. Esaminando la letteratura sull’argomento, e conducendo un’indagine diretta, hanno suggerito che i professionisti della salute mentale non si sentono preparati ad affrontare comportamenti violenti da parte dei clienti. Nella loro ricerca hanno riscontrato che il 26% degli psicologi nel loro campione era stato aggredito verbalmente, ed il 10% fisicamente.

Partendo da questi dati, Walfish, Barnett, Marlyere e Zielke (2010), hanno condotto una studio, intervistando un campione di 162 psicoterapeuti esperti.

I risultati mostrano come è abbastanza comune nella carriera di uno psicoterapeuta che un cliente confessi di avere aggredito fisicamente qualcuno (69%), e che riferisca di avere aggredito sessualmente qualcuno (33%).
Inoltre:

Sebbene non sia molto comune, non è infrequente che uno psicoterapeuta abbia avuto un cliente che nel corso di una seduta ha confessato loro di aver ucciso qualcuno. In questo campione una larga maggioranza, 135 (83%), ha indicato che non era mai accaduta una cosa simile nella loro stanza di consultazione. Tuttavia, il 21 (13%), ha indicato che ciò è avvenuto almeno una volta [...]. Di questi 21, 12 hanno indicato che ciò era accaduto solo una volta nel corso della loro carriera, 4 che era accaduto due volte, 3 riferivano di avere esperienza di quattro volte, 1 a cui era accaduto sei volte, e 1 stimava di avere sentito una cosa simile da 15 clienti differenti. Di questi 21 solo a 5 psicologi era stato detto dell’omicidio durante una valutazione forense.

In aggiunta a questi dati, il 64,2% degli psicoterapeuti ha dichiarato di non sentirsi adeguatamente preparato per affrontare queste confessioni di violenze.

Gli autori confrontando i loro risultati con quelli di Pope e Tabachnick (1993) che avevano indicato come 9 psicoterapeuti su 10 avessero paura che un proprio cliente potesse aggredire qualcuno, riflettono che questa potrebbe essere una paura realistica, almeno per quanto riguarda un’aggressione fisica.

Facendo proprie le conclusioni di diversi studi Walfish e colleghi sottolineano l’importanza del modo in cui lo psicoterapeuta risponde all’esperienza della confessione di atti violenti da parte di un cliente. Notano che nella loro inchiesta, gli psicoterapeuti si dividono equamente fra chi sostiene che il disvelamento della violenza abbia avuto un effetto negativo sulla terapia, e chi invece ritiene che abbia avuto un effetto positivo.
Se è certamente possibile ipotizzare che reazione controtransferali da parte del terapeuta influenzino il giudizio sulla negatività dell’evento, è stato proposto anche un modello per cui i clienti possono beneficiare maggiormente di una terapia, mantenendo dei segreti (Kelly, 2000). L’ipotesi è che, rivelare informazione che il terapeuta potrebbe disapprovare può contribuire a costruire un’immagine indesiderata di sé.
Gli autori concludono che ulteriori ricerche dovrebbero indagare la ragione che spinge alcuni terapeuti a considerare negative per la terapia queste confessioni, ed altri no.

Le reazione di uno psicoterapeuta di fronte ad un paziente che confessa atti violenti può scatenare potenti reazioni controtranferali, che se non gestite avranno certamente un effetto negativo sul trattamento. Gli autori si chiedono se la paura per la propria o altrui incolumità che i clinici possono avvertire in queste situazioni, sia più o meno realistica. I dati da diverse ricerche (Tyron, 1986; Barnstein 1981; Gately & Stabb, 2005) suggeriscono che il rischio non dovrebbe essere sottovalutato. Non sempre la paura degli psicoterapeuti è una reazione controtransferale dovuta a conflitti irrisolti.

Gli autori concludono affermando che sebbene gli psicoterapeuti debbano essere pronti ad ascoltare qualsiasi tipo di materiale, che sia o meno piacevole, e questo può incluedere anche crimini violenti rimasti impuniti, essi debbono comunque prestare attenzione a tre fattori: le proprie reazione emotive a queste informazioni, il loro bisogno di sicurezza, e i loro obblighi etici e legali*.

Se la ricerca sottolinea un tema particolarmente complesso che può emergere nella pratica clinica, mi sembra però che ponendo l’accento sullo psicoterapeuta (come reagisce, cosa dovrebbe fare), lascia in ombra l’eventualità che gli atti violenti confessati non siano reali.

Quando Freud iniziò la pratica della psicoanalisi, inizialmente teorizzò che all’origine della nevrosi ci fosse l’esperienza di una seduzione infantile, perchè ne trovava regolarmente traccia nei racconti dei suoi pazienti. In seguito però si discostò da quest’ipotesi, suggerendo che i racconti di seduzioni infantili fossero in realtà l’espressione delle fantasie inconsce del paziente.

Così, i dati di questa ricerca suggeriscono almeno dei dubbi: quanto è probabile che il 33% di chi si rivolge ad uno psicoterapeuta abbia commesso una violenza sessuale che non è stata perseguita dalle autorità? Quanto è probabile che il 13% di chi si rivolge ad uno psicoterapeuta abbia commesso un omicidio per cui non è stato perseguito? Parliamo di numeri che, se è possibile generalizzare i risultati dello studio, sono discretamente grandi.

Senza prendere una posizione netta, mi sembra comunque utile ricordare che la distinzione tra fantasie e realtà in psicoterapia è perlomeno problematica; gli psicoterapeuti, di fronte ad una confessione del genere, piuttosto che reagire come se fosse immediatamente chiaro, evidente, che si tratta di un fatto realmente accaduto, che si tratta, perlappunto, di un crimine impunito, forse dovrebbero attentamente riflettere sul significato che la confessione ha come comunicazione riguardante la terapia.

*L’articolo di Walfish e colleghi contiene anche una lunga disanima della questione legale/etica sull’argomento, ma visto che il diritto è differente fra Stati Uniti e Italia non ho ritenuto di riportare quella parte di discussione.

[English Versions]

ResearchBlogging.org
Walfish, S., Barnett, J., Marlyere, K., & Zielke, R. (2010). “Doc, There’s Something I Have To Tell You”: Patient Disclosure to Their Psychotherapist of Unprosecuted Murder and Other Violence Ethics & Behavior, 20 (5), 311-323 DOI: 10.1080/10508422.2010.491743

La fede e il dubbio, l’ambiguità e l’identità.

Quando le proprie credenze sono scosse, è più o meno probabile che si sosterranno ancora quelle convinzioni?

E’ quello che si chiese Festinger, nel suo influente lavoro sulle credenze religiose (When prophecy fails, 1956).

Festinger descrisse il mondo di una setta americana, il cui leader aveva predetto un’alluvione catastrofica e l’arrivo di dischi volanti che avrebbero salvato i membri del gruppo. Quando la profezia non si avverò il gruppo non si disgregò come era plausibile aspettarsi, ma invece crebbe: i membri dichiararono che gli alieni avevano risparmiato la Terra per la dedizione dimostrata dal loro culto, e mentre in precedenza erano stati reticenti e avevano attivamente scoraggiato il proselitismo, dopo la disconferma si attivarono nella difesa del proprio culto.

Questo portò alla conclusione che scuotere le credenze di qualcuno, porta ad un’incrementata foga nel difendere quelle stesse credenze.

Sembrano esserci almeno due spiegazioni per spiegare l’aumento paradossale del proselitismo. Da un lato, i membri del gruppo, potevano essere motivati a credere che fosse stata la loro dedizione a fermare l’apocalisse (piuttosto che credere che la profezia non si fosse avverata), questo li avrebbe resi più sicuri delle proprie convinzioni, e un’aumentata fiducia avrebbe portato un aumentato proselitismo. Questa spiegazione è coerente con la teoria della dissonanza cognitiva, che presuppone che le persone modificano il loro credo al fine di risolvere le incongruenze tra credenze contrastanti. Oppure, i membri del gruppo, scossi nelle loro convinzioni, sarebbero divenuti meno sicuri della loro fede e il proselitismo sarebbe stato un mezzo per ridare loro fiducia.

Comunque allo stato attuale la relazione paradossale fra questi fenomeni rimane abbastanza oscura.

David Gal e Derek D. Rucker della Kellogg School of Managment, della Nortwestern University, hanno condotto alcuni esperimenti per indagare questo fenomeno, i risultati sono pubblicati nel loro articolo: ‘When in doubt, short! Paradoxical influences of doubt on prozelytizing’.

Nel loro studio, gli autori sono partiti da due assunti:

  • le attitudini e le credenze definiscono il Sé, non solo guidano come interpretiamo le informazioni, la nostra percezione e i nostri comportamenti, ma definiscono anche chi siamo e servono a proteggere il proprio concetto di Sé. Ad esempio, credere nel valore sociale del volontariato può essere importante per il proprio concetto di Sé come persona buona e responsabile. Inoltre le persone sono motivate a mantenere un concetto di Sé ben definito, perciò gli attacchi alle proprie credenze sono attacchi al Sé. E’ stato dimostrato che interpretiamo le informazioni attraverso bias, delle distorsioni, dei pregiudizi, che ci consentono di mantenere le nostre credenze: non permettiamo di scuotere le nostre visioni politiche ad esempio, per proteggere la nostra identità.
  • Consistentemente con quanto appena detto, difendere le proprie convinzioni, patrocinarle e sostenerle di fronte agli altri è un modo di affermare la propria identità e il concetto di Sé.

Nei tre esperimenti condotti le credenze messe in dubbio erano diverse: nel primo le credenze riguardo l’uso dei test su animali nella valutazione della sicurezza dei prodotti di consumo; nel secondo la dieta, se vegetariana, vegana o con carne; nel terzo Mac contro PC.

I risultati hanno mostrato che persona indotte a dubitare delle proprie credenze esercitano uno sforzo maggiore per difenderle e con maggiore probabilità tenteranno di persuadere anche altri  delle stesse. Gli autori sono convinti che gli individui agiscano così per dissipare i propri dubbi.

Le persone sono motivate a ridurre l’incertezza, di conseguenza agiscono per risolvere le ambivalenze, non solo perché queste sono intrinsecamente spiacevoli, ma anche perché il dubbio può influenzare il proprio concetto di Sé.

In questo senso, è il risultato più indicativo dello studio, le persone promuovono fortemente una credenza, s’impegnano nel “convertire” gli altri, si battono per convincere ed influenzare, non tanto perché interessate al fatto che gli altri cambino idea, ma perché questo rafforza le loro stesse convinzioni, le loro visioni del mondo, il concetto di Sé.

La ricerca è interessante perché può aiutare a comprendere diverse situazioni: le forti lotte che vedono protagonisti i sostenitori di credenze quantomeno dubbie, se non irrimediabilmente irrazionali: come creazionisti, gruppi che perorano l’idea che la Terra sia piatta, teorici della cospirazione, potrebbero essere motivati non solo dall’ignoranza, come spesso è uso pensare, ma anche da un bisogno emotivo di conferma di Sé.

In questo senso, e la ricerca di Gal e Rucker non affronta il tema ma sarebbe interessante che venisse approfondito, al di là della dimensione individuale di questo fenomeno, può essere ancora più utile esplorarne la dimensione relazionale, sociale.

Appoggiare le convinzioni di gruppi ostracizzati, che conducono battaglie in forte opposizione con altri, può essere un modo per rinforzare il senso di Sé proprio attraverso la battaglia. L’appartenenza ad un gruppo delegittimato, paradossalmente, legittima la propria identità. Spesso questi individui cercano attivamente lo scontro ideologico, forse perché la lotta li conforta, li conferma.

Come concludono gli autori:

Anche se è naturale supporre che chi persistentemente difende entusiasta una credenza sia pieno di fiducia, questa strenua difesa potrebbe essere il segnale che quell’individuo sta ribollendo nel dubbio.

L’articolo originale di Gal e Rucker: ‘When in Doubt, Shout! Paradoxical Influences of Doubt on Proselytizing (2010)‘.
Su DiscoverMagazine: ‘When in doubt, shout – why shaking someone’s beliefs turns them into stronger advocates

Minatori, concorrenti del Grande Fratello, astronauti.

Anche se qualcuno ha più o meno a sproposito paragonato l’esperienza dei minatori intrappolati nella miniera di San Josè a quella dei ben più fortunati partecipanti allo show televisivo Grande Fratello, è lecito avere seri dubbi che esistano similitudini (forse non hanno guardato bene le immagini a confronto).

Al Holland è uno psicologo che lavora alla NASA e ha prestato consulenza nelle prime fasi del piano di salvataggio. In un’intervista racconta in cosa è consistito il suo lavoro:

Una delle primissime cose che ho notato fu che erano ancora carichi d’adrenalina, diciamo, per aver trovato gli uomini e nel cercare di individuare una maniera per recuperarli rapidamente. Non avevano ancora cambiato il loro modo di pensare in termini di lunga durata -stavano facendo questo cambiamento, ma non l’avevano ancora ultimato. Così ho provato a portare i minatori, le famiglie e gli uomini impiegati sulla superficie, a pensare nei termini di una maratona, e non di uno sprint. Gli ho parlato riguardo l’auto-regolazione, di come gli individui abbiano bisogno di regolare le loro emozioni. E di come impostare aspettative sane nei minatori e nelle famiglie piuttosto che aspettative irrealistiche riguardo il recupero. E poi un’ampia varietà di strategie di coping [fronteggiamento di esperienze stressanti] sia individuali che di gruppo.

Holland lavora nella preparazione degli astronauti per i viaggi di lunga durata, per prepararli ha studiato una quantità di situazioni che hanno aspetti simili: situazioni di confinamento come equipaggi di sottomarini, comunità nelle regioni Artiche, la vita sulle remote piattaforme per l’estrazione di petrolio; l’obiettivo era quello di osservare come gli esseri umani si adattano e quali sono i problemi che devono affrontare.

Quanto la situazione dei minatori è simile a quella degli astronauti impegnati in permanenze prolungate nello spazio? Holland osserva che ci sono somiglianze e differenze, certo, c’è il confinamento prolungato, l’ambiente ristretto ed altri aspetti simili, ma anche delle importanti differenze:

I minatori si sono ritrovati in quella situazione; non volevano essere lì, non avevano speso le loro vite cercando di essere lì. E non sapevano quando ne sarebbero usciti. Normalmente i nostri uomini lo sanno: “Ok, la data del rientro è questa, può variare di una o due settimane.” E perciò possono abituarsi, possono guardare avanti per quel giorno. Ed è molto, molto più facile da sopportare rispetto a quando non sai quando verrai salvato, e quanto tempo dovrai rimanere laggiù.

Holland parla anche delle difficoltà che i minatori potrebbero affrontare ora che sono usciti:

Sono 33 le persone, quindi penso che vedremo una gamma di reazioni diverse all’essere stati intrappolati lì. Lo scopriremo veramente solo quando le loro storie si dipaneranno e col passare del tempo. Perché un sacco di volte i sintomi non compaiono immediatamente, essi compaiono più tardi. Ma penso che i medici stanno sicuramente cercando reazioni d’ansia, difficoltà familiari, difficoltà a dormire o concentrarsi. Saranno in cerca di sintomi come  il rivivere l’esperienza dell’intrappolamento, incubi che non vanno via o pensieri intrusivi durante il giorno. Cercheranno l’avversione per il buio.

Sicuramente avranno un programma di consulenza e credo che promuoveranno fortemente contatti regolari con un consulente che valuti come gli individui si stanno riadattando. Una cosa che accadrà è che ognuno passerà attraverso alcuni cambiamenti rilevanti per la fama acquisita. Le famiglie, i coniugi e il naturalmente anche i minatori. Penso che ci saranno alcune persone che manterranno il loro equilibrio e che lo faranno molto bene, e ci saranno altre persone che avranno più difficoltà.

La grandissima fama così incredibilmente raggiunta sarà certo portatrici di vantaggi a questi uomini e le loro famiglie, ma certo anche di grossi sconvolgimenti. In questa vicenda l’attenzione dei media è stata molto importante, qualcuno ha parlato di instant fiction, in ogni caso speriamo che quando l’attenzione si spegnerà su questa specifica vicenda, abbia almeno lasciato la consapevolezzadelle pericolose condizioni di lavoro in cui certe categorie si trovano impiegate: ci sono in media 39 incidenti fatali nelle miniere del Cile ogni anno, e molti altri in giro per il mondo (più di 2500 morti nell’industria carbonifera cinese nel 2009).

La consapevolezza e la volontà di cambiare le cose.

Avevo già scritto sulla vicenda di San Josè: ‘Il vissuto psicologico di essere intrappolati nelle viscere della terra.

Diagnosi psichiatrica e conflitto d’interesse

Con la prossima pubblicazione della quinta edizione dei Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, prevista per il maggio 2013, si è riaccesa la discussione, mai del tutto spenta, su questo strumento, che volente o no, ha un’importanza decisiva nel campo della salute mentale. Per chi fosse totalmente all’oscuro di cosa stia parlando, il DSM, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, è appunto un manuale, anzi il manuale diagnostico per la psichiatria; in esso si descrivono le varie psicopatologie. I criteri e le classificazioni del DSM sono universalmente utilizzate quando si tratta di stabilire una diagnosi, il manuale dell’American Psychiatric Association è inevitabilmente utilizzato negli ambienti medici, ma anche più in generale quando da una diagnosi dipendono decisioni anche molto importanti: è con il linguaggio e le categorie del DSM che nei tribunali ad esempio si decide della salute mentale delle persone (e qui non si sta parlando dei rari casi di perizia psichiatrica per criminali, ma delle più comuni dispute sull’affidamento dei minori, ad esempio, combattute anche a suon di consulenze e diagnosi).

Sul The Economist un articolo, “Psychiatric diagnosis: thesis, antithesis, sinthesis”, esamina il modo in cui le classificazioni diagnostiche stanno cambiando.

Il DSM è uno strumento a cui sono state mosse molte critiche, qui non sarebbe possibile esaminarle tutte.

Sempre più si è posta attenzione sulla trasparenza e sui possibili conflitti d’interesse. Le compagnie farmaceutiche infatti forniscono sostanziali finanziamenti per ricerche legate a ciò che è incluso nel DSM, e questo perché ciò che è considerato diagnosticabile, e quindi patologico, influisce direttamente sulla vendita dei farmaci.

Cosgrove, Krimsky, Vijayaraghavan e Schneider hanno esaminato il grado ed il tipo di legame economico esistente fra gli psichiatri responsabili delle varie revisioni del DSM e l’industria farmaceutica.

Nel loro studio, ‘Financial Ties between DSM-IV Panel Members and the Pharmaceutical Industry’, hanno esaminato questi legami fra gli psichiatri che hanno partecipato alla revisione dalla versione DSM-IV alla DSM-IV-TR, la più recente.

I risultati sono presto detti, dei 170 psichiatri, il 56%, 95, avevano uno o più legami finanziari con l’industria farmaceutica. Il 100% degli psichiatri coinvolti nei gruppi di lavoro sui ‘Disturbi dell’Umore’ e sulla ‘Schizofreina e altre psicosi’ avevano legami di questo tipo, ma anche l’81% di quelli per i ‘Disturbi d’ansia‘ e l’83% di quelli per i ‘Disturbi dell’alimentazione’.

Certo, avere questo genere di legami non squalifica automaticamente, non è indice automatico che le ricerche ed il lavoro sono stati condotti in malafede, è comunque un dato da tenere in considerazione perché gli interessi delle case farmaceutiche non sono certo da poco. Nel 2004 gli antidepressivi e gli antipsicotici, le classi di farmaci cioè, utilizzati per Disturbi dell’Umore e Schizofrenia e altre psicosi, hanno fruttato rispettivamente 20.3 e 14.1 miliardi di dollari.

Il tono dell’articolo del The Economist è impregnato della stessa cultura che, anche al di là di possibili conflitti d’interesse, sta’ alla base del DSM e della sua logica. E’ particolarmente chiaro quando il giornalista usa il termine “brain disorder”, disordini del cervello, per riferirsi a quelli che più comunemente (e forse più propriamente) vengono detti disturbi mentali, anche nella dizione del DSM. Steven Rose, neurobiologo inglese, scrive a proposito di questa cultura:

L’atmosfera di fervore riduzionista [...] porta ad individuare la causa di una grande varietà di mali sociali e personali in disfunzioni cerebrali, a loro volta ritenute una conseguenza di geni difettosi. L’autorevole Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), compilato negli Stati Uniti, attualmente include come categorie di malattie il disturbo opposizionale (oppositional defiance disorder), il disturbo da comportamento dirompente (distruttive behavour disorder) e il disturbo della compliance (compliance disorder). Una delle malatie più note, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (attention deficit hyperactivity disorder o ADHD) si suppone colpisca fino al 10 per cento dei bambini (principalmente maschi). Il “disturbo” è caratterizzato da basse prestazioni scolastiche e dall’incapacità di mantenere la concentrazione in classe o di sottostare ai controlli dei genitori ed è ritenuto una conseguenza di un disordine delle funzioni cerebrali associato ad un altro neurotrasmettitore, la dopamina. Il trattamento prescritto è un farmaco anfetamino-simile chiamato Ritalin. Vi è una crescente epidemia mondiale di uso di Ritalin. Si dice che probabilmente i bambini non trattati corrono maggiori rischi di diventare criminali ed esiste una letteratura sempre più diffusa sulla “genetica del comportamento criminale e antisociale”. Si tratta di un adeguato approccio medico-psichiatrico a un problema individuale, o solo di un rimedio a basso costo per eludere la necessità di interrogare le scuole, i genitori e il più ampio contesto sociale di educazione?

Steven Rose, Il Cervello nel XXI secolo, 2005, pagg. 9-10.

Mi sento di rilanciare la domanda posta da Rose, anche rispetto ad altri disturbi mentali, e questo perchè non può essere ignorato che il fervore riduzionista di cui parla, la medicalizzazione di condizioni mentali per cui il rango di malattie è quantomeno dubbio nonostante i proclami nell’aver individuate questo o quel gene, questo o quel pattern di attivazione attraverso tecniche di neuro-imaging, possono avere qualcosa a che vedere con i grandi interessi dell’industria farmaceutica da una parte, e dei sistemi sanitari dominati dalla medicina dall’altra.

Se perciò, definire un disturbo solo come il risultato di un’alterazione nel metabolismo di un neurotrasmettitore è certamente congruo con certi interessi, certe visioni del mondo e certe paradigmi teorici, la comunità scientifica dovrebbe porre attenzione a che queste conclusioni siano frutto di dati scientifici genuini, non contaminati da conflitti d’interesse o da pregiudizi di valore e teorici.

L’articolo del The Economist: “Psychiatric diagnosis: thesis, antithesis, sinthesis“.
La ricerca di Cosgrove et al. :‘Financial Ties between DSM-IV Panel Members and the Pharmaceutical Industry’

L’uso del potere in psicoterapia

Alcuni veloci appunti sul seminario di questa mattina, ‘L’uso del potere in psicoterapia‘, tenuto dal professor Alberto Zucconi alla Facoltà di Psicologia I della Sapienza.

Il potere viene continuamente agito in ogni contesto, compreso quello della psicoterapia, che è evidentemente un rapporto in cui c’è un’asimmetria di potere, il cliente chiede la prestazione professionale, paga, accetta le regole del setting. Per esempio è il cliente a recarsi nello studio del terapeuta, e non viceversa.

La comunicazione è interscambio di significati, e la realtà è costruita attraverso questi significati (come Berger e Luckman ci hanno insegnato). Alcuni di questi significati sono impliciti, è a quelli che bisogna prestare particolare attenzione.

Se il potere è sempre presente nella relazione terapeutica, l’uso che se ne fa, le modalità, l’ampiezza, discende dai paradigmi che guidano la pratica dello psicoterapeuta, pratica che è inscritta dentro una cultura, una realtà sociale più ampia.

Se da una parte Freud con la psicoanalisi ha costruito una modalità alternativa a quella paternalistica, borghese, della Vienna della sua epoca, dall’altra ha reificato quella stessa cultura. La storia dell’istituzione psicoanalitica è anche la storia delle rivolte contro il padre, delle vittorie, e delle sconfitte e punizioni che ne derivarono.

Quindi, modelli sia impliciti che espliciti della gestione del potere vengono proposti dalla società tutta, ma anche, e a maggior ragione con un forte impatto sulla psicoterapia, nelle università, nei corsi di laurea, nelle scuole di specializzazione. Il riferimento ai cosiddetti baroni non può sfuggire.

Per lo psicoterapeuta è imprescindibile lavorare sulla consapevolezza dell’uso del potere, della modalità: la storia dei codici etici è anche la storia della progressiva acquisizione di consapevolezza intorno alla tematica del potere.

Modelli e paradigmi di psicoterapia diversi veicolano modalità di utilizzo del potere differenti, il potere si esprime all’interno del corpo teorico e nella prassi: il setting psicoanalitico classico, con il paziente disteso sul lettino e lo psioanalista seduto alle sue spalle, con l’impossibilità per il paziente di guardare il terapeuta, è evidentemente un modo specifico di esercitare il potere (anche se non è solo questo).

La relazione psicoterapeutica è inevitabilmente asimmetrica, fingere che non lo sia, che il potere non abbia luogo in essa, è una rappresentazione distorta e incompleta della realtà, è può produrre effetti reificanti proprio di quegli elementi che rimangono impliciti.

L’obiettivo della psicoterapia è il cambiamento, ma quale cambiamento? Si promuove sempre il cambiamento?

Esiste il rischio che inconsapevolmente si diventi promotori del conformismo, del moralismo, dei pregiudizi tipici della società in cui si vive. Ne sono un esempio le controverse terapie riparative: ricondurre alla norma, l’eterosessualità, la persona omosessuale, guarirla da quella che è percepita come una patologia. E’ percepita così perchè si ragiona in termini di normalità/scarto dalla norma. Ne sono un altro esempio gli psicologi da talk show, con i loro consigli.

Lo psicoterapeuta che non lavora sulla propria consapevolezza del potere rischia di divenire un promotore dello status quo, della stereotipia, senza nessuna possibilità di esplorazione.

Nessuna possibilità di uscire dalla dicotomia normalità/patologia.

A riguardo della psicopatologia: le visioni del mondo non sono immuni dall’influenza del potere, economico ad esempio. Più della metà degli psichiatri che hanno collaborato alla stesura del DSM, il Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, che di per sè è un forte strumento di potere, avevano conflitti di interesse, avendo lavorato per le compagnie farmaceutiche. Il 100% degli psichiatri che avevano lavorato alla stesura delle sezioni su schizofrenia/psicosi, e disturbi dell’umore avevano questi conflitti di interesse: questi tipi di patologie sono quelli in cui le case farmaceutiche hanno in maggiori guadagni.

Il movimento, molto forte, che oggi promuove un sempre più marcato riduzionismo meccanicista biologico (quando non genetico), avrebbe bene a osservare con più consapevolezza le dinamiche del potere che agisce.

La salute non è la mera assenza di malattia, ma lo sviluppo del potenziale umano.

Se il potere in psicoterapia è inevitabile, è vero pure che compito dello psicoterapeuta è quello di promuovere l’empowerment del cliente, rinunciando mano a mano al potere, per restituirlo al cliente stesso. Questo è possibile solo attraverso l’autoconsapevolezza dello psicoterapeuta, autoconsapevolezza che caratterizza ogni forma di potere funzionale.

Altrimenti ci si educa al conformismo, e si promuove lo stesso.

 

Quando l’essere magre paga.

L’immagine ideale di donna è quasi impossibile da raggiungere per chiunque.

La citazione dell’antropologo Peter J. Brown introduce ad uno studio che non può far altro che accrescere certe, legittime, preoccupazioni riguardo al ruolo della donna nella nostra società.

Lo standard di persona attraente dipinto in televisione e sulle riviste è più magro per le donne che per gli uomini, più magro ora che in passato, più magro della popolazione femminile generale e spesso, più magro dei criteri per l’anoressia.

E’ questa una delle constatazione con cui Timothy A. Judge, della University of Florida, e Daniel M. Cable della London Business School, introducono la loro ricerca nell’articolo: ‘When It Comes to Pay, Do the Thin Win? The Effect of Weight on Pay for Men and Women’, in cui indagano il ruolo del peso nello stipendio di uomini e donne.

L’altra constatazione, è che diversi studi hanno dato evidenze che le persone obese sono considerate impiegati meno desiderabili dai datori di lavoro. Sia dai capi che dai colleghi sono visti come meno coscienziosi, meno gradevoli, meno emotivamente stabili, meno estroversi dei loro colleghi con “peso normale”. Sono percepiti come pigri e indisciplinati, e nonostante questi stereotipi siano inaccurati, il 60% delle donne ed il 40% degli uomini in sovrappeso, descrivono sé stessi come discriminati sul posto di lavoro per il loro fisico.

Questo implica che le persone obese sono penalizzate nel mercato del lavoro, con un elemento su tutti, lo stipendio.

Un’aperta avversione verso il grasso permea cosi profondamente la società occidentale che anche le persone obese hanno atteggiamenti negativi verso le altre persone obese.

Gli autori si rifanno alla Cultivation Theory:

Secondo la Cultivation Theory, i media (soprattutto la televisione) sono i narratori più potenti nella cultura occidentale, perchè ripropongono continuamente i miti, le ideologie e i modelli di relazioni che legittimano l’ordine sociale. Il punto centrale della Cultivation Theory è che le immagini raffigurate nei media, nel tempo, agiscono come la forza di gravità verso un centro immaginario. Questa forza attrattiva porta ad  un insieme condiviso di concezioni e aspettative sociali tali che le rappresentazioni mediatiche diventano rappresentazioni ideali della realtà.

Attraverso due studi, condotti in Germania e negli Stati Uniti, Judge e Cable hanno ipotizzato che:

  1. Per le donne, il peso ha un effetto lineare negativo sulla retribuzione.
  2. Per gli uomini, il peso ha un effetto lineare positivo sulla retribuzione.

In altri termini, per le donne, tanto maggiore è il peso, tanto minore la retribuzione, per gli uomini il contrario, ma questo solo fino ad arrivare al livello di obesità, sopra il quale il peso ha un effetto negativo anche per gli uomini.

I risulati hanno confermato le ipotesi.

Nella società in cui viviamo, l’aspetto fisico svolge un ruolo importante nelle interazioni e nella riuscita sul posto di lavoro. Il peso corporeo è una delle più evidenti caratteristiche fisiche, e l’obesità è diventata un importante problema sociale e sanitario. Ricerche precedenti mostrano indizi concordanti di discriminazione nei confronti dei dipendenti obesi in ogni fase del ciclo di lavoro, compresa la consulenza di carriera, la selezione, il collocamento, la retribuzione, le promozioni, la disciplina, la formazione, e il licenziamento. [...]

Forse il dato più sorprendente di questa indagine è che uomini e donne sperimentano incentivi opposti quando prendono peso nella fascia tra “molto magro” e “normale”. Laddove le donne sono punite per ogni aumento di peso, le donne molto magre ricevono le punizioni più severe per i loro primi chili presi. Questi risulati sono coerenti con le ricerche che mostrano come la consistente raffigurazione dei media di un ideale femminile irrealisticamente magro porta le persone a vedere questo ideale come normativo, previsto, centrale per l’attraenza femminile. [...]

I dati dei due studi mostrano che, a parità di altre condizioni, una donna con peso medio, percepirà, nell’arco di 25 anni di lavoro, 389.300 dollari (circa 275.000 euro) in meno di una donna che pesa 11 chili meno della media. La cosa è invertita per quanto riguarda gli uomini: uomini molto magri guadagneranno meno di quelli che hanno un peso medio.

Se questi dati possono sembrare irrealistici, bisogna dire che il campione di persone esaminato era di oltre 11.000 individui in Germania e oltre 14.000 negli Stati Uniti, abbastanza per fare delle ipotesi su una possibile generalizzazione dei risultati.

Certo, i dati non dimostrano che il peso causa le variazione nella retribuzione, ma che le due variabili correlano.

Già questo dovrebbe farci riflettere, sopratutto perchè, come sottolineano gli autori, in questa ricerca ci sono dati coerenti che indicano  non solo che l’obesità è discriminata, ma per quanto riguarda le donne, anche piccoli aumenti di peso hanno un’incisività rilevante.

Il problema della raffigurazione femminile nei media e del suo rapporto con l’immaginario collettivo, con gli stereotipi, le aspettative sociali e i comportamenti (il 90% dei casi di anoressia e bulimia riguardano donne), è negli ultimi anni diventato sempre più importante. Purtroppo rimane una controcultura marginale, incapace di generare altre immagini, da sostituire a quelle oggi dominanti.

L’articolo originale di Judge e Cable: ‘When It Comes to Pay, Do the Thin Win? The Effect of Weight on Pay for Men and Women
Il Wall Street Journal ne parla: ‘For Women, It Pays to Be Very Thin’
Collegato a questo post, un altro sempre qui, che si focalizza sull’immagine delle donne e l’età: ‘Donne invisibili’

Parità fra i sessi: per l’Italia dati che fanno riflettere

Il World Economic Forum ha pubblicato il Global Gender Gap Report 2010 una relazione sulla gender gap, le differenze di genere, nel mondo. Si parla di uguaglianza e differenze in termini di livello d’istruzione, stipendio, rappresentanza politica.

La relazione sostiene che si va sempre più verso una maggiore uguaglianza, e che gli stati nordici sono in prima fila, la classifica vede nelle prime 10 posizioni:

  1. Islanda
  2. Norvegia
  3. Finlandia
  4. Svezia
  5. Nuova Zelanda
  6. Irlanda
  7. Danimarca
  8. Lesotho
  9. Filippine
  10. Svizzera

L’Italia non fa una bella figura, è al 74° posto su 134 nazioni presenti nella lista.

Spiace dirlo, ma siamo fra gli ultimi paesi se consideriamo l’Unione Europea, solo Ungheria (79°) e Malta (83°) fanno peggio di noi; anche considerando l’Europa come regione geografica, siamo comunque messi male.

Fanno meglio di noi, non solo nazioni da cui è facile aspettarselo, come la Germania (13°), il Regno Unito (15°) o gli Stati Uniti (19°), ma anche Sud Africa (12°) Sri Lanka (16°) Mozambico (22°) e molti altri.

Ho spulciato il profilo del nostro paese, secondo le stime del WEF non raggiungiamo l’uguaglianza in nessuno degli indici di opportunità e partecipazione economica e potere politico, le cose sono leggermente migliori per quanto attiene gli indici che riguardano l’istruzione e la salute.

Secondo il WEF , dal 2006 (anno in cui sono iniziate le rilevazioni) ad oggi 86% dei paesi hanno ridotto il gender gap, hanno aumentato l’uguaglianza, ma il 14% invece sono regrediti ad un maggior livello di disuguaglianza.

Melanne Verveer afferma che:

Il World Economic Forum Gender Gap Report mostra una forte correlazione tra la parità di genere e la prosperità e la competitività economica di un paese. Dovrebbe essere un riferimento imprescindibile per chiunque voglia il progresso economico, sociale e politico in tutto il mondo o per comprendere uno dei motivi fondamentali per cui alcuni Paesi progrediscono ed altri no.

Saadia Zahidi, Director and Head of Constituents del World Economic Forum, che mentre si sono ridotte di molto le differenze per quando riguarda sia l’educazione che la salute, molto poco è stato fatto per quanto riguarda la rappresentanza politica e la vita economica:

Perciò, se le donne stanno iniziando ad essere istruite e in salute quando gli uomini, ha senso che adesso sia garantito loro di essere parte dell’economia e dei processi decisionali.

La situazione Italiana dovrebbe far riflettere, se la tendenza globale è alla riduzione delle differenze per una sempre maggiore parità fra i sessi, in Italia si dovrà lavorare ancora duramente per raggiungere  anche solo il livello medio europeo.

Il Guardian ne parla con un titolo più positivo di quello che ho scelto io, e a ragione, il Regno Unito fa una bella figura in confronto all’Italia: ‘Gender gap is narrowing around the world, report claims‘.

Perchè dire ‘Grazie’ migliora le relazioni interpersonali.

La gratitudine è onnipresente nella vita sociale.

Le persona ricevono doni, aiuto, gentilezze, supporto, e favori dagli altri, e per questo si sentono grati. I sentimenti di gratitudine sono associati a diversi effetti benefici: danno la sensazione di aver vissuto un’esperienza positiva, aiutano le persone ad affrontare circostanze stressanti, rinforzano le relazioni interpersonali.

Se si conosce abbastanza degli effetti della gratitudine sulla persona che la prova, poco è stato indagato di quanto la sua espressione influenzi colui che ha dato aiuto.

In fondo la gratitudine è per definizione un’emozione sociale prodotte in relazioni sociali e per questo sarebbe importante indagare come influenza entrambi i componenti della relazione. E’ stato comunque osservato che l’espressione di gratitudine motiva a compiere comportamenti prosociali, ma perchè?

Attraverso quali processi psicologici, il venire ringraziati porta ad un livello ancora più alto di aiuto?

Adam M. Grant e Francesca Gino (uno dei nostri cervelli fuggiti), nel loro articolo ‘A Little Thanks Goes a Long Way: Explaining Why Gratitude Expressions Motivate Prosocial Behavior’, affrontano questa domanda utilizzando la classica distinzione fra agency e communion. Le persone vogliono sperimentare sia un sentimento di agency, ovvero sentirsi efficaci, competenti e capaci, sia un sentimento di communion, cioè essere connessi e valutati positivamente dagli altri. Attraverso quattro esperimenti gli autori hanno indagato come meccanismi di agency e di communion influenzano i comportamenti di chi viene “ringraziato”: se si guarda da una prospettiva di agency, l’espressione della gratitudine può rinforzare i sentimenti di autoefficacia di chi ha prestato aiuto, spingendolo a compiere ulteriori comportamenti prosociali per ridurre l’incertezza sul fatto che possano effettivamente aiutare in modo efficace. Dall’altra parte, se ci poniamo nella prospettiva della communion, l’espressione della gratitudine fa sperimentare un sentimento di apprezzamento sociale, ci si sente positivamente valutati, e questo motiva a compiere altre azioni prosociali per ridurre l’incertezza riguardo al fatto che il proprio aiuto sia apprezzato effettivamente dai beneficiari.

Nel primo esperimento ai soggetti era chiesto di aiutare uno studente a correggere e migliorare una lettera di presentazione per un lavoro, una volta fatto ricevevano un messaggio dallo studente che poteva essere o neutrale o di gratitudine, e gli veniva chiesto ulteriore aiuto per un altra lettera di presentazione: i risultati evidenziano che l’espressione di gratitudine motiva il destinatario a ulteriori comportamenti prosociali, e questo è mediato dalla communion, ovvero chi fornisce aiuto si sentirà portato a fornirne ulteriormente se il beneficiario gli dimostra gratitudine perchè sperimenta un sentimento di apprezzamento sociale.

Nei successivi tre esperimenti è stato inoltre confermato che sperimentare gratitudine da parte di qualcuno che si è aiutato motiva a comportamenti prosociali anche nei confronti di terze persone. Oltre a questo i comportamenti prosociali motivati dall’aver sperimentato gratitudine sembrano mantenersi anche nel tempo: per esempio è più facile che chi è stato “ringraziato” presti aiuto una seconda volta se gli viene chiesto, o anche che aiuti qualcuno senza che gli venga domandato.

Anche se negli esperimenti lo sperimentare la gratitudine di chi si è aiutato aumenta sia il proprio sentimento di autoefficacia sia il sentimento di essere socialmente apprezzati, solo la communion spiega l’effetto della gratitudine sui comportamenti prosociali:

Questi risultati suggeriscono che quando chi ha prestato aiuto è ringraziato per il proprio impegno, è il sentimento di essere socialmente valorizzato, più che i sentimenti di competenza e autoefficacia, ad essere fondamentale nell’incoraggiare a fornire maggiore aiuto in futuro.

Questa ricerca dà evidenza di una cosa molto semplice: essendo la gratitudine un’emozione sociale, originata nella relazione, anche i suoi effetti sono sociali, e passano attraverso meccanismi sociali. Essere ringraziati per il proprio aiuto ci spinge ad aiutare di più, forse perchè ci rassicura del fatto che il nostro aiuto è veramente apprezzato: è un’opinione molto comune in una cultura dell’individualismo pensare che l’accettare un aiuto sia un segno di fallimento, di non essere in grado di farcela da soli; essere ringraziati ci mostra invece che le altre persone accettano il nostro aiuto e lo apprezzano. E’ vero, e gli autori lo scrivono, che uno dei limiti della ricerca è che esamina solo situazioni in cui non c’è nessun costo per chi dà aiuto, chi aiuta lo studente nel redigere una lettera di presentazione non ha speso molto più che il suo tempo, la situazione è probabilmente diversa se chi dovrebbe prestare aiuto deve sobbarcarsi dei costi.

Sembra comunque che dire un semplice grazie sia non solo segno buona educazione, ma abbia un importante ruolo psicologico.

L’articolo originale di Adam M. Grant e Francesca Gino: ‘A Little Thanks Goes a Long Way: Explaining Why Gratitude Expressions Motivate Prosocial Behavior‘.
Un post su Psyblog riguardo questa ricerca: ‘Why ‘Thank You’ Is More Than Just Good Manners‘.

Psicologi in Afghanistan.

A cosa possono servire gli psicologi in Afghanistan? In un territorio dove la guerra imperversa, dove le condizioni economiche sono misere, la qualità della vita inesistente, le condizioni di salute pericolosamente fragili, come possono essere utili gli psicologi?

In un breve video su TED, Inge Missmahl, psicoanalista junghiana, racconta del suo progetto in Afghaistan.

Nel suo discorso una cosa mi ha colpito:

[...] la famiglia è un elemento centrale nel sistema sociale Afghano. Nessuno può sopravvivere da solo. E se la persone si sentono sfruttate, inutili e piene di vergogna, perché qualcosa di orribile è successo loro, allora si ritirano e cadono in isolamento sociale, e non osano condividere questo male con altre persone o con i loro cari, perché non vogliono imporgli questo peso. E molto spesso la violenza è un modo per farvi fronte. Le persone traumatizzate possono facilmente perdere il controllo – i sintomi sono iper-eccitazione e flashback degli episodi traumatici – così le persone hanno costantemente paura che le sensazioni orribili di quell’evento traumatico possano tornare inaspettatamente, all’improvviso, senza che possano controllarle. Per compensare questa perdita di controllo interno, essi cercano, molto comprensibilmente, di controllare l’esterno, – per lo più la famiglia – e, purtroppo, questo si adatta molto bene all’aspetto tradizionale, regressivo, repressivo, e restrittivo del loro contesto culturale. Così, i mariti iniziano a picchiare le mogli, i genitori picchiano i figli, e poi, si sentono colpevoli. Non hanno voluto farlo. E’ semplicemente successo. Hanno perso il controllo. Queste persone disperate stanno tentando di ristabilire un qualche genere di  ordine e di normalità, e se non siamo in grado di spezzare questa spirale di violenza, essa sarà, senza dubbio, trasferita alla generazione successiva. E in parte sta già accadendo.

Inge Missmahl mi sembra, dica qualcosa di molto semplice e vero: le condizioni terribili del contesto Afghano sono traumatiche, se non in senso particolare (e sappiamo che questo nella maggior parte dei casi è vero), almeno in senso generale. Le persone subiscono gli effetti di questi traumi, effetti simili a quelli del disturbo post-traumatico da stress. Impaurite, prive di controllo su quello che accade intorno a loro e di conseguenza dentro loro, cercando di ristabilire un ordine che li rassicuri, agendo nell’unico contesto che gli è possibile controllare, la famiglia. La cultura gli fornisce schemi di ruolo efficaci, che convalidano socialmente e rinforzano comportamenti e credenze che sono in questa situazione, utili a generare sicurezza.

Il progetto della Missmahl, con l’apertura inizialmente di 15 centri di consulenza a Kabul, si è espanso, e si sta ancora allargando, arrivando a influire anche sul sistema sanitario del paese. Più di 11000 persone hanno usufruito di questi servizi, i dati che mostra sono incoraggianti: l’intervento dimostra una grande efficacia sui sintomi individuali, come stress e depressione, anche confrontata al normale intervento farmacologico proposto dai medici, che invece non ha dimostrato di essere efficace. L’obiettivo però non è solo quello individuale, si vuole raggiungere la società.

Un tipo di approccio che aiuta a comprendere anche altri fenomeni, per esempio alcuni di quelli che popolano le storie di cronaca. La spiegazione che individua la responsabilità in una cultura perversamente estremista è forse troppo semplicistica. Anche l’immigrato vive un trauma, il viaggio, spesso la fuga, lo sradicamento, l’isolamento sociale, condizioni economiche misere. Anche per l’immigrato forse è possibile ipotizzare un vissuto per cui rifugiarsi nella radicalità di certe visioni del mondo dà sicurezza, sopratutto quando le narrazioni sociali parlano di una contrapposizione molto forte fra l’indigeno e lo straniero, occidente e oriente, ricchi e poveri, e l’immigrato e inevitabilmente straniero, orientale, povero. Aggrapparsi a certe visioni permette di avere un’identità, che è molto difficile acquisire in un contesto estraneo.

Complessificare la realtà di questi fenomeni può forse permetterci di comprenderne aspetti che rimangono spesso nascosti.

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