A cosa possono servire gli psicologi in Afghanistan? In un territorio dove la guerra imperversa, dove le condizioni economiche sono misere, la qualità della vita inesistente, le condizioni di salute pericolosamente fragili, come possono essere utili gli psicologi?
In un breve video su TED, Inge Missmahl, psicoanalista junghiana, racconta del suo progetto in Afghaistan.
Nel suo discorso una cosa mi ha colpito:
[...] la famiglia è un elemento centrale nel sistema sociale Afghano. Nessuno può sopravvivere da solo. E se la persone si sentono sfruttate, inutili e piene di vergogna, perché qualcosa di orribile è successo loro, allora si ritirano e cadono in isolamento sociale, e non osano condividere questo male con altre persone o con i loro cari, perché non vogliono imporgli questo peso. E molto spesso la violenza è un modo per farvi fronte. Le persone traumatizzate possono facilmente perdere il controllo – i sintomi sono iper-eccitazione e flashback degli episodi traumatici – così le persone hanno costantemente paura che le sensazioni orribili di quell’evento traumatico possano tornare inaspettatamente, all’improvviso, senza che possano controllarle. Per compensare questa perdita di controllo interno, essi cercano, molto comprensibilmente, di controllare l’esterno, – per lo più la famiglia – e, purtroppo, questo si adatta molto bene all’aspetto tradizionale, regressivo, repressivo, e restrittivo del loro contesto culturale. Così, i mariti iniziano a picchiare le mogli, i genitori picchiano i figli, e poi, si sentono colpevoli. Non hanno voluto farlo. E’ semplicemente successo. Hanno perso il controllo. Queste persone disperate stanno tentando di ristabilire un qualche genere di ordine e di normalità, e se non siamo in grado di spezzare questa spirale di violenza, essa sarà, senza dubbio, trasferita alla generazione successiva. E in parte sta già accadendo.
Inge Missmahl mi sembra, dica qualcosa di molto semplice e vero: le condizioni terribili del contesto Afghano sono traumatiche, se non in senso particolare (e sappiamo che questo nella maggior parte dei casi è vero), almeno in senso generale. Le persone subiscono gli effetti di questi traumi, effetti simili a quelli del disturbo post-traumatico da stress. Impaurite, prive di controllo su quello che accade intorno a loro e di conseguenza dentro loro, cercando di ristabilire un ordine che li rassicuri, agendo nell’unico contesto che gli è possibile controllare, la famiglia. La cultura gli fornisce schemi di ruolo efficaci, che convalidano socialmente e rinforzano comportamenti e credenze che sono in questa situazione, utili a generare sicurezza.
Il progetto della Missmahl, con l’apertura inizialmente di 15 centri di consulenza a Kabul, si è espanso, e si sta ancora allargando, arrivando a influire anche sul sistema sanitario del paese. Più di 11000 persone hanno usufruito di questi servizi, i dati che mostra sono incoraggianti: l’intervento dimostra una grande efficacia sui sintomi individuali, come stress e depressione, anche confrontata al normale intervento farmacologico proposto dai medici, che invece non ha dimostrato di essere efficace. L’obiettivo però non è solo quello individuale, si vuole raggiungere la società.
Un tipo di approccio che aiuta a comprendere anche altri fenomeni, per esempio alcuni di quelli che popolano le storie di cronaca. La spiegazione che individua la responsabilità in una cultura perversamente estremista è forse troppo semplicistica. Anche l’immigrato vive un trauma, il viaggio, spesso la fuga, lo sradicamento, l’isolamento sociale, condizioni economiche misere. Anche per l’immigrato forse è possibile ipotizzare un vissuto per cui rifugiarsi nella radicalità di certe visioni del mondo dà sicurezza, sopratutto quando le narrazioni sociali parlano di una contrapposizione molto forte fra l’indigeno e lo straniero, occidente e oriente, ricchi e poveri, e l’immigrato e inevitabilmente straniero, orientale, povero. Aggrapparsi a certe visioni permette di avere un’identità, che è molto difficile acquisire in un contesto estraneo.
Complessificare la realtà di questi fenomeni può forse permetterci di comprenderne aspetti che rimangono spesso nascosti.

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