La fede e il dubbio, l’ambiguità e l’identità.

Quando le proprie credenze sono scosse, è più o meno probabile che si sosterranno ancora quelle convinzioni?

E’ quello che si chiese Festinger, nel suo influente lavoro sulle credenze religiose (When prophecy fails, 1956).

Festinger descrisse il mondo di una setta americana, il cui leader aveva predetto un’alluvione catastrofica e l’arrivo di dischi volanti che avrebbero salvato i membri del gruppo. Quando la profezia non si avverò il gruppo non si disgregò come era plausibile aspettarsi, ma invece crebbe: i membri dichiararono che gli alieni avevano risparmiato la Terra per la dedizione dimostrata dal loro culto, e mentre in precedenza erano stati reticenti e avevano attivamente scoraggiato il proselitismo, dopo la disconferma si attivarono nella difesa del proprio culto.

Questo portò alla conclusione che scuotere le credenze di qualcuno, porta ad un’incrementata foga nel difendere quelle stesse credenze.

Sembrano esserci almeno due spiegazioni per spiegare l’aumento paradossale del proselitismo. Da un lato, i membri del gruppo, potevano essere motivati a credere che fosse stata la loro dedizione a fermare l’apocalisse (piuttosto che credere che la profezia non si fosse avverata), questo li avrebbe resi più sicuri delle proprie convinzioni, e un’aumentata fiducia avrebbe portato un aumentato proselitismo. Questa spiegazione è coerente con la teoria della dissonanza cognitiva, che presuppone che le persone modificano il loro credo al fine di risolvere le incongruenze tra credenze contrastanti. Oppure, i membri del gruppo, scossi nelle loro convinzioni, sarebbero divenuti meno sicuri della loro fede e il proselitismo sarebbe stato un mezzo per ridare loro fiducia.

Comunque allo stato attuale la relazione paradossale fra questi fenomeni rimane abbastanza oscura.

David Gal e Derek D. Rucker della Kellogg School of Managment, della Nortwestern University, hanno condotto alcuni esperimenti per indagare questo fenomeno, i risultati sono pubblicati nel loro articolo: ‘When in doubt, short! Paradoxical influences of doubt on prozelytizing’.

Nel loro studio, gli autori sono partiti da due assunti:

  • le attitudini e le credenze definiscono il Sé, non solo guidano come interpretiamo le informazioni, la nostra percezione e i nostri comportamenti, ma definiscono anche chi siamo e servono a proteggere il proprio concetto di Sé. Ad esempio, credere nel valore sociale del volontariato può essere importante per il proprio concetto di Sé come persona buona e responsabile. Inoltre le persone sono motivate a mantenere un concetto di Sé ben definito, perciò gli attacchi alle proprie credenze sono attacchi al Sé. E’ stato dimostrato che interpretiamo le informazioni attraverso bias, delle distorsioni, dei pregiudizi, che ci consentono di mantenere le nostre credenze: non permettiamo di scuotere le nostre visioni politiche ad esempio, per proteggere la nostra identità.
  • Consistentemente con quanto appena detto, difendere le proprie convinzioni, patrocinarle e sostenerle di fronte agli altri è un modo di affermare la propria identità e il concetto di Sé.

Nei tre esperimenti condotti le credenze messe in dubbio erano diverse: nel primo le credenze riguardo l’uso dei test su animali nella valutazione della sicurezza dei prodotti di consumo; nel secondo la dieta, se vegetariana, vegana o con carne; nel terzo Mac contro PC.

I risultati hanno mostrato che persona indotte a dubitare delle proprie credenze esercitano uno sforzo maggiore per difenderle e con maggiore probabilità tenteranno di persuadere anche altri  delle stesse. Gli autori sono convinti che gli individui agiscano così per dissipare i propri dubbi.

Le persone sono motivate a ridurre l’incertezza, di conseguenza agiscono per risolvere le ambivalenze, non solo perché queste sono intrinsecamente spiacevoli, ma anche perché il dubbio può influenzare il proprio concetto di Sé.

In questo senso, è il risultato più indicativo dello studio, le persone promuovono fortemente una credenza, s’impegnano nel “convertire” gli altri, si battono per convincere ed influenzare, non tanto perché interessate al fatto che gli altri cambino idea, ma perché questo rafforza le loro stesse convinzioni, le loro visioni del mondo, il concetto di Sé.

La ricerca è interessante perché può aiutare a comprendere diverse situazioni: le forti lotte che vedono protagonisti i sostenitori di credenze quantomeno dubbie, se non irrimediabilmente irrazionali: come creazionisti, gruppi che perorano l’idea che la Terra sia piatta, teorici della cospirazione, potrebbero essere motivati non solo dall’ignoranza, come spesso è uso pensare, ma anche da un bisogno emotivo di conferma di Sé.

In questo senso, e la ricerca di Gal e Rucker non affronta il tema ma sarebbe interessante che venisse approfondito, al di là della dimensione individuale di questo fenomeno, può essere ancora più utile esplorarne la dimensione relazionale, sociale.

Appoggiare le convinzioni di gruppi ostracizzati, che conducono battaglie in forte opposizione con altri, può essere un modo per rinforzare il senso di Sé proprio attraverso la battaglia. L’appartenenza ad un gruppo delegittimato, paradossalmente, legittima la propria identità. Spesso questi individui cercano attivamente lo scontro ideologico, forse perché la lotta li conforta, li conferma.

Come concludono gli autori:

Anche se è naturale supporre che chi persistentemente difende entusiasta una credenza sia pieno di fiducia, questa strenua difesa potrebbe essere il segnale che quell’individuo sta ribollendo nel dubbio.

L’articolo originale di Gal e Rucker: ‘When in Doubt, Shout! Paradoxical Influences of Doubt on Proselytizing (2010)‘.
Su DiscoverMagazine: ‘When in doubt, shout – why shaking someone’s beliefs turns them into stronger advocates

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