Confessioni pericolose: violenza in psicoterapia, fra realtà e fantasia.

Affrontare rabbia e comportamenti potenzialmente violenti non è di certo facile. Anche per gli psicoterapeuti gestire l’emergere dell’aggressività durante una consultazione può risultare difficoltoso: il rischio è che tali sentimenti, se non riconosciuti o adeguatamente affrontati, possano avere gravi conseguenze. La paura della violenza sembra essere comune fra gli psicologi (Pope & Tabachnick, 1993), molto diffuse sono: la paura che il cliente possa attaccarli, che possa attaccare qualcun’altro, o che possa essere attaccato da qualcun’altro. Altrettanto comune è che gli psicologi si sentano arrabbiati per i comportamenti del cliente verso qualcun’altro. Poco meno del 20% degli psicologi ha dichiarato di essere stato aggredito da un cliente. Aggressioni ad altri da parte del cliente vengono riferite da circa i 60% degli psicologi. Tali comportamenti scatenano frequentemente negli psicologi la fantasia di poter essere aggrediti, e producono tutta una serie di reazioni: dal dichiarare al cliente la propria paura, al riferire la cosa alla polizia, al procurarsi un arma per difendersi, fino, all’usarla (0.4% degli psicologi intervistati da Pope e Tabachnick).
Secondo Gately e Stabb (2005) tra il 35 e il 40% degli psicologi correrebbero il rischio di essere aggrediti da un cliente. Esaminando la letteratura sull’argomento, e conducendo un’indagine diretta, hanno suggerito che i professionisti della salute mentale non si sentono preparati ad affrontare comportamenti violenti da parte dei clienti. Nella loro ricerca hanno riscontrato che il 26% degli psicologi nel loro campione era stato aggredito verbalmente, ed il 10% fisicamente.

Partendo da questi dati, Walfish, Barnett, Marlyere e Zielke (2010), hanno condotto una studio, intervistando un campione di 162 psicoterapeuti esperti.

I risultati mostrano come è abbastanza comune nella carriera di uno psicoterapeuta che un cliente confessi di avere aggredito fisicamente qualcuno (69%), e che riferisca di avere aggredito sessualmente qualcuno (33%).
Inoltre:

Sebbene non sia molto comune, non è infrequente che uno psicoterapeuta abbia avuto un cliente che nel corso di una seduta ha confessato loro di aver ucciso qualcuno. In questo campione una larga maggioranza, 135 (83%), ha indicato che non era mai accaduta una cosa simile nella loro stanza di consultazione. Tuttavia, il 21 (13%), ha indicato che ciò è avvenuto almeno una volta [...]. Di questi 21, 12 hanno indicato che ciò era accaduto solo una volta nel corso della loro carriera, 4 che era accaduto due volte, 3 riferivano di avere esperienza di quattro volte, 1 a cui era accaduto sei volte, e 1 stimava di avere sentito una cosa simile da 15 clienti differenti. Di questi 21 solo a 5 psicologi era stato detto dell’omicidio durante una valutazione forense.

In aggiunta a questi dati, il 64,2% degli psicoterapeuti ha dichiarato di non sentirsi adeguatamente preparato per affrontare queste confessioni di violenze.

Gli autori confrontando i loro risultati con quelli di Pope e Tabachnick (1993) che avevano indicato come 9 psicoterapeuti su 10 avessero paura che un proprio cliente potesse aggredire qualcuno, riflettono che questa potrebbe essere una paura realistica, almeno per quanto riguarda un’aggressione fisica.

Facendo proprie le conclusioni di diversi studi Walfish e colleghi sottolineano l’importanza del modo in cui lo psicoterapeuta risponde all’esperienza della confessione di atti violenti da parte di un cliente. Notano che nella loro inchiesta, gli psicoterapeuti si dividono equamente fra chi sostiene che il disvelamento della violenza abbia avuto un effetto negativo sulla terapia, e chi invece ritiene che abbia avuto un effetto positivo.
Se è certamente possibile ipotizzare che reazione controtransferali da parte del terapeuta influenzino il giudizio sulla negatività dell’evento, è stato proposto anche un modello per cui i clienti possono beneficiare maggiormente di una terapia, mantenendo dei segreti (Kelly, 2000). L’ipotesi è che, rivelare informazione che il terapeuta potrebbe disapprovare può contribuire a costruire un’immagine indesiderata di sé.
Gli autori concludono che ulteriori ricerche dovrebbero indagare la ragione che spinge alcuni terapeuti a considerare negative per la terapia queste confessioni, ed altri no.

Le reazione di uno psicoterapeuta di fronte ad un paziente che confessa atti violenti può scatenare potenti reazioni controtranferali, che se non gestite avranno certamente un effetto negativo sul trattamento. Gli autori si chiedono se la paura per la propria o altrui incolumità che i clinici possono avvertire in queste situazioni, sia più o meno realistica. I dati da diverse ricerche (Tyron, 1986; Barnstein 1981; Gately & Stabb, 2005) suggeriscono che il rischio non dovrebbe essere sottovalutato. Non sempre la paura degli psicoterapeuti è una reazione controtransferale dovuta a conflitti irrisolti.

Gli autori concludono affermando che sebbene gli psicoterapeuti debbano essere pronti ad ascoltare qualsiasi tipo di materiale, che sia o meno piacevole, e questo può incluedere anche crimini violenti rimasti impuniti, essi debbono comunque prestare attenzione a tre fattori: le proprie reazione emotive a queste informazioni, il loro bisogno di sicurezza, e i loro obblighi etici e legali*.

Se la ricerca sottolinea un tema particolarmente complesso che può emergere nella pratica clinica, mi sembra però che ponendo l’accento sullo psicoterapeuta (come reagisce, cosa dovrebbe fare), lascia in ombra l’eventualità che gli atti violenti confessati non siano reali.

Quando Freud iniziò la pratica della psicoanalisi, inizialmente teorizzò che all’origine della nevrosi ci fosse l’esperienza di una seduzione infantile, perchè ne trovava regolarmente traccia nei racconti dei suoi pazienti. In seguito però si discostò da quest’ipotesi, suggerendo che i racconti di seduzioni infantili fossero in realtà l’espressione delle fantasie inconsce del paziente.

Così, i dati di questa ricerca suggeriscono almeno dei dubbi: quanto è probabile che il 33% di chi si rivolge ad uno psicoterapeuta abbia commesso una violenza sessuale che non è stata perseguita dalle autorità? Quanto è probabile che il 13% di chi si rivolge ad uno psicoterapeuta abbia commesso un omicidio per cui non è stato perseguito? Parliamo di numeri che, se è possibile generalizzare i risultati dello studio, sono discretamente grandi.

Senza prendere una posizione netta, mi sembra comunque utile ricordare che la distinzione tra fantasie e realtà in psicoterapia è perlomeno problematica; gli psicoterapeuti, di fronte ad una confessione del genere, piuttosto che reagire come se fosse immediatamente chiaro, evidente, che si tratta di un fatto realmente accaduto, che si tratta, perlappunto, di un crimine impunito, forse dovrebbero attentamente riflettere sul significato che la confessione ha come comunicazione riguardante la terapia.

*L’articolo di Walfish e colleghi contiene anche una lunga disanima della questione legale/etica sull’argomento, ma visto che il diritto è differente fra Stati Uniti e Italia non ho ritenuto di riportare quella parte di discussione.

[English Versions]

ResearchBlogging.org
Walfish, S., Barnett, J., Marlyere, K., & Zielke, R. (2010). “Doc, There’s Something I Have To Tell You”: Patient Disclosure to Their Psychotherapist of Unprosecuted Murder and Other Violence Ethics & Behavior, 20 (5), 311-323 DOI: 10.1080/10508422.2010.491743

9 Risposte a “Confessioni pericolose: violenza in psicoterapia, fra realtà e fantasia.”


  1. 1 gianluigiulaula febbraio 21, 2011 alle 1:32 pm

    Ottimo inizio con ResearchBlogging!

  2. 3 Neuromancer febbraio 21, 2011 alle 10:57 pm

    Mi sembra una ricerca poco convincente, alla luce del fatto che non si capisce molto bene di quale psicoterapeuta stiamo parlando, cioè in quale contesto lavori e se ci si riferisce specificatamente ad uno psicoanalista. Mi pare piuttosto evidente in effetti che parliamo di psicoanalisi, cui l’intera ricerca e interpretazione ruota e che col dovuto rispetto diffido dalle interpretazioni “difensive” dei colleghi partecipanti la ricerca.

    Nondimeno la tua segnalazione mi fa pensare a tutti gli operatori che lavorano in contesti e a contatto con utenze a bassa soglia (tossicodipendenza, carceri, comunità terapeutiche, unità di strada, centri di salute mentale), mi fa venire in mente gli operatori ospedalieri, infermieri e addetti paramedici, i chirurghi del pronto soccorso, che ravvisano lampanti analogie con le loro quotidiane esperienze. C’è una importante letteratura su tutto ciò: BurnOut.
    In bocca a lupo con ResearchBlogging.

    • 4 Dr. Sci-Psy febbraio 22, 2011 alle 5:37 am

      Devo dire che in realtà è nel mio post che non si capisce bene di che psicoterapeuta stiamo parlando, nell’articolo originale invece si parlava di un campione casuale selezionato a partire dal National Register of Health Service Providers in Psychology. Gli autori estraggono 5 psicoterapeuti per stato più 5 da District of Columbia. Dei 255 psicoterapeuti contattati solo 162 hanno risposto. 103 uomini, 55 donne, 4 che non specificano il proprio sesso. Numero medio di anni di esperienza lavorativa: 23,86 con un range che va da 5 a 54.
      Non si parla dell’orientamento teorico degli psicoterapeuti contattati, e immagino sia perché il campione selezionato ne comprendeva diversi.

      A te sembra che si parli di psicoanalisi: è perchè gli autori utilizzano il concetto di contro-transfert?

      In ogni caso mi sembra che quando parli di contesti ed utenti a bassa soglia individui un punto importante: in quali contesti lavorano gli psicoterapeuti intervistati?
      A me sembra che la ricerca sia poco convincente per tre motivi:

      un campione poco numeroso per una popolazione tanto ampia (a cui idealmente si vorrebbero generalizzare i dati), forse sarebbe stato più convincente uno studio approfondito su una popolazione di psicoterapeuti più definita, un contesto più ristretto;

      l’utilizzo del questionario spedito;

      e come dicevo nel post, l’assumere come dato di fatto quello che il cliente racconta.

  3. 5 Neuromancer febbraio 22, 2011 alle 6:19 am

    Mi riferivo alle reazioni controtrasferali che rientrando nell’ottica psicodinamica, mi facevano pensare che gli Autori dell’articolo avessero impostato l’indagine su questo filone teorico. In effetti non ho potuto leggere l’articolo per cui mi attengo a quanto scrivi.
    Concordo pienamente con i tre motivi che hai evidenziato sulle lacune dell’indagine.
    C’è un elemento che mi interessa molto, cioè gli obblighi etici e legali dello psicoterapeuta su cui non si fa molto all’interno delle università,ovvero non si discute e prepara con la dovuta competenza i neopsicologi sulle possibilità e i limiti legali ed etici del proprio lavoro.
    Ma anche dopo la laurea sarebbe fondamentale rinnovare puntualmente le conoscenze professionali su questo importantissimo aspetto, considerando i cambiamenti rapidi nella pratica e teoria psicologica e psicopatologica, tenendo conto dell’interazione versatile fra tecnologie digitali/internet e la psicologia nella sua estensione sociale e professionale.

    • 6 Dr. Sci-Psy febbraio 22, 2011 alle 7:32 am

      In effetti, l’articolo considerava anche la questione etico/legale, non l’ho riportata perché mi pare che ci siano grandi differenze fra Stati Uniti e Italia. Per esempio un altro risultato della ricerca è che l’80,1% degli intervistati si dichiara adeguatamente informato riguardo gli obblighi legali riguardo questo genere di situazioni. Il che sembrerebbe in contrasto con quello che tu scrivi. Ma ho l’impressione che ci siano grandi differenze su questo aspetto come su altri (per esempio il tenere conto delle nuove tecnologie) fra Stati Uniti e Italia.
      Io concordo con te, c’è poco lavoro intorno all’etica e all’argomento legale da noi. Almeno questa è la mia esperienza con l’università.

  4. 7 Neuromancer febbraio 22, 2011 alle 8:58 am

    @Per esempio un altro risultato della ricerca è che l’80,1% degli intervistati si dichiara adeguatamente informato riguardo gli obblighi legali riguardo questo genere di situazioni. Il che sembrerebbe in contrasto con quello che tu scrivi.

    No, guarda mi riferivo proprio a questo aspetto relativamente alla preparazione universitaria in Italia, come aggiungi dopo. Purtroppo è un aspetto poco trattato da noi, cioè mai abbastanza approfondito nel percorso professionale, con annesso l’ineffabile supporto dell’Ordine…
    Secondariamente, ma non per importanza, non dimentichiamoci del problema del Burnout che in senso lato questa ricerca invita a tenere in considerazione.

    • 8 Dr. Sci-Psy febbraio 22, 2011 alle 9:14 am

      Per quello avevo usato “sembrerebbe”. Avevo capito a cosa ti riferivi. Mi sono spiegato male.

      Vediamo se trovo qualche ricerca recente sul burnout nelle professione psicologiche, così magari ne scrivo.


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