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Google ci sta rendendo più stupidi o più intelligenti? Forse ci sta rendendo semplicemente diversi.

Possono le nuove tecnologie modificare il nostro modo di pensare? Quando lessi “Is Google make us stupid?” mi incuriosii.

Giorni fa su ilPost un articolo riprende la domanda originale, aggiornando il punto che i risultati delle ricerche condotte negli ultimi anni.

L’argomento dell’articolo originale è una riflessione sul modo in cui internet cambia il nostro rapporto con la conoscenza in un modo che muta pure il nostro modo di pensare.

Nicholas Carr scrive “Non penso più come ero abituato a fare. Lo posso avvertire bene quando leggo. Una volta immergermi in un libro o un lungo articolo era semplice. [...] Ora non è più così.” Riporta anche le sensazioni, simili, di altre persone che come lui si domandano: “Il mio modo di pensare è cambiato?”

Maryanne Wolf, psicologa allaTufts University, riflette: “Noi siamo il modo in cui leggiamo”, il modo in cui fruiamo delle informazioni su internet ci renderebbe a suo avviso meri decodificatori di informazioni, la nostra capacità di interpretare, di creare connessione, che deriva da una lettura approfondita e concentrata rimane ormai largamente inutilizzata.

Daniel Bell, sociologo, usa il concetto di intellectual technologies, strumenti che estendono le nostre capacità mentali al di là dei limiti fisici. Noi ci abitueremmo ad usare le qualità di queste tecnologie.

Eric Schmidt, CEO di Google, dice che l’obiettivo dell’azienda è quello di “sistematizzare ogni cosa”, l‘Harvard Business Review afferma che l’algoristmo con cui Google organizza le informazioni inevitabilmente influenza il modo in cui le persone le cercano ed estraggono senso da esse.

Un più recente articolo del New York Times, Your brain on computer affronta nuovamente l’argomento: il continuo flusso di informazioni cambia il modo in cui le persone pensano e si comportano.

Scrive Matt Ritchel che queste informazioni in arrivo funzionano come stimolo, che eccitando provocano il rilascio di dopamina, che a lungo andare potrebbe dare assuefazione, in suo assenza ci sentiremmo annoiati.

Le ricerche mostrano che il multitasking non rende più produttivi, ma meno, gli heavy multitasker sono meno in grado di concentrarsi e non farsi distrarre da informazioni irrilevanti.

Nora Volkow direttrice del Nation institute of Drug Abuse afferma che “le tecnologie stanno reimpostando il nostro cervello”.

Adam Gazzaley, neuroscienziato alla University of California, San Francisco, sostiene che “Stiamo espondendo i nostri cervelli ad  un contesto chiedendogli di fare cose per cui non ci siamo necessariamente evoluti.”

Eyal Ophir, della Stanford University, ha costruito alcuni esperimenti insieme a Clifford Nass, Anthony D.Wagner che impegnano heavy multitasker e light multitasker, i risultati mostrano che i primi sono più suscettibili a stimoli ambientali e ricordi irrilevanti. Questo dato ha come conseguenza che questi soggetti sono meno abili nel task-switching, cioè nel passare in modo competente da un compito ad un altro.

L’articolo del New York Times si concentra anche sulle conseguenze che questo ha nella vita sociale. Le persone rischiano di essere meno attente ai propri familiari, perchè continuamente distratte da ogni genere di stimoli, un messaggio in arrivo sul cellulare, la notifica di una mail, ecc.

Il Wall Street Journal invece, pubblica un articolo di segno contrarioDoes the internet make you smarter?

Ma, naturalmente, è quello che sempre accade. Ogni aumento di libertà di creare o consumare i media, dai libri economici  fino a YouTube, allarma le persone abituate alle restrizioni del vecchio sistema, convincendoli che i nuovi media rendono i giovani stupidi. Questa paura risale almeno all’invenzione dei caratteri mobili.

Secondo Clay Shirky stiamo vivendo l’esplosione di un nuovo modo di vivere l’informazioni, da fruitori passivi, ad agenti attivi, possiamo scegliere, possiamo produrre, modificare.

Internet permette di connettersi con altre persone e condividere la conoscenza, riporta il caso del sito PatientLikeMe, un sito creato per accelerare la ricerca medica, proponendo ai pazienti di condividere pubblicamente i loro dati medici, che ha permesso di metter insieme un gruppo di malati di SLA più numeroso di quanto qualsiasi agenzia farmaceutica avesse mai fatto.

Certo afferma, più l’utilizzo di questi media si allarga, più la qualità media del loro utilizzo diminuisce.

Chi sostiene l’ipotesi della stupidità derivante dalle tecnologie digitali, assume che noi falliremo nell’integrare le potenzialità di queste tecnologie nella nostra società.

Questa convinzione si basa su tre presupposti: che il recente passato è stato glorioso e caratterizzato da un’insostituibile livello intellettuale; che il presente è caratterizzato da roba sciocca e non da nobili esperimenti; che questa generazione di giovani fallirà nel produrre norme culturali che  faranno dell’abbondanza di internte quello che gli intellettuali del 17° secolo hanno fatto con la cultura della stampa.

Ma ci sono altrettante ragioni per pensare che internet sarà il carburante per le conquiste intellettuali del 21° secolo.

Il passato roseo che i detrattori di internet è in realtà il 1980, prima di internet, e checchè se ne dica, la gente passava molto più tempo davanti la tv che leggendo Proust. Internet, è la convinzione di Shirky, ha ripristinato la cultura e la scrittura come centrali nella nosrtra cultura.

Il presente è certo pieno di cose usa e getta, e internet è zeppo di contenuti stupidi, ma allo stesso modo lo sono le librerie. In questo senso il punto è se si stanno producendo idee abbastanza buone da sopravvivere nel futuro, e per Shirky il software open source è una di queste.

L’importante afferma, è il futuro, non il passato glorioso o il presente idiota, stiamo assistendo alle vecchie istituzioni che scricchiolano (dove non crollano) di fronte a internet, e nuove culture che al loro posto si sviluppano, e si svilupperanno.

Barry Swartz psicologo che insegna al Swarthmore College, nel suo talk al TED parla del Paradosso della scelta: più possibilità di scelta possono apparire come un aumento della libertà, in realtà si rischia l’immobilismo.

Cosa significa, questa incredibile libertà di scelta che abbiamo riguardo al lavoro? È che dobbiamo continuamente decidere, continuamente in ogni momento, se dobbiamo lavorare o no. Possiamo andare a vedere nostro figlio giocare a calcio, con il cellulare in una tasca, il Blackberry nell’altra, ed il notebook, tipicamente, sulle ginocchia. E anche se sono tutti spenti, ogni minuto che vediamo nostro figlio rovinare la partita, ci stiamo anche chiedendo, “Devo rispondere a questa chiamata?” “Devo rispondere a questa email? Devo abbozzare questa lettera?” Ed anche quando la risposta è “no”, tutto questo rende l’esperienza della partita di tuo figlio molto diversa da quello che sarebbe stata in altre condizioni.

La libertà di scelta così allargata ha aspetti positivi e negativi, Schwartz si concentra su due di quelli negativi, il primo è che

produce paralisi invece che liberazione. Con tante opzioni fra le quali scegliere, diventa molto difficile farlo. [...]

Il secondo è che anche se riusciamo ad evitare la paralisi e fare una scelta, alla fine siamo meno soddisfatti dal risultato di come saremmo stati con meno opzioni fra le quali scegliere. E questo per diverse ragioni. Una di queste è che con tanti condimenti fra i quali scegliere, se ne comprate uno e non è perfetto, è facile immaginare che avreste potuto fare una scelta diversa che sarebbe stata migliore. E quel che succede è che l’alternativa immaginata ci induce a rammaricarsi della scelta, ed il rimpianto diminuisce la soddisfazione ricavata dalla decisione presa, anche quando fosse un’ottima decisione. Più scelte ci sono, più è facile dispiacersi di qualunque dettaglio che sia insoddisfacente dell’opzione scelta.

La sua esposizione continua affrontando il tema delle aspettative, che aumentano in una spirale crescente portando inevitabilmente all’insoddisfazione, per poi proseguire sul tema della responsabilità.

Il paradosso della scelta, mi sembra, ha a che vedere con il tema affrontato dagli articoli prima citati.

Tutti sono concordi che internet sta cambiando le cose, dal nostro cervello alla nostra cultura. Questo pone delle domande e delle sfide, la ricerca scientifica dovrà progredire ancora, e se da un lato l’apporto neuroscientifico, individuale, al cervello del singolo e al suo rapporto con le nuove tecnologie rimane importante, mi sembra che ci sia sempre più bisogno di un approccio psicologico e sociologico che tenga in conto la cultura, il modo in cui le nuove tecnologie si integrano e modificano i contesti di vita delle persone, il modo in cui le persone utilizzano queste tecnologie.

Is Google making us Stupid?
Your Brain on Computer.
Google ci rende un pò stupidi.
Does the internet make you smarter?
The Paradox of Choice.

Non siamo poi tanto speciali.

Su Discover, un sunto della discussione tenutasi durante il World Science Festival dal titolo “All Creatures Great and Smart”. Si parlava delle evidenze trovate dalla ricerca scientifica che indicano come l’uomo ha in comune più di quello che crediamo con gli altri animali, anche caratteristiche che pensiamo precipuamente umane.

Gli esseri umani non sono gli unici animali altruistici: non sono gli unici a compiere azioni senza attendere nulla in cambio, in un esperimento con scimmie bonobo, Brian Hare ha osservato sistematicamente comportamente altruistici, le scimmie, in una condizione in cui potevano scegliere fra tenere degli snack per sé oppure condividerli, preferivano condividerli.

Gli esseri umani non sono gli unici animali che comunicano veramente: il primatologo Karl Zuberbuhler osservando le scimmie lanciare segnali di allarme ha constatato che i segnali sono differenziati in ragione del tipo di pericolo, avvistato un leopardo una scimmia lancia un segnale diverso da quello relativo ad un aquila, ma non solo, le scimmie che ricevono il segnale reagiscono coerentemente con il tipo di pericolo, per esempio scrutando il cielo se viene comunicata la presenza di un’aquila. Un altro fatto interessante: gli uccelli che condividono l’ambiente con queste scimmie sono in grado di distinguere questi segnali, non si allarmano nel caso del suono relativo al leopardo, lo fanno invece quando si tratta dell’acquila.

Gli esseri umani non sono gli unici animali che possiedono capacità mentali elaborate: gli insetti, con i loro cervelli così piccoli, sono in grado di produrre capacità sorprendenti.

Gli argomenti mi sembrano interessanti oltre che per le implicazioni scientifiche, anche per quelle relative al ridimensionamento del nostro egocentrismo, gli esseri umani sono dominati da miti antropocentrici.

Certo ci sarebbe da discutere, l’argomento dei tre che mi convince meno è quello sulla comunicazione, la caratteristica peculiare dell’uomo non è, a mio avviso, la comunicazione complessa, che come è stato osservato possiedono anche altri animali, ma il linguaggio, che è un aspetto differente.

In ultimo vorrei postare un infografica relativa ad alcune somiglianze e differenze fra esseri umani ed animali.

What is the difference?

La settimana del cervello 2010

Questa settimana è la Settimana del Cervello, la quindicesima edizione, promossa dalla Fondazione Dana, organizzazione filantropica che promuove la ricerca sul cervello e l’accesso da parte del grande pubblico delle scoperte in questo campo. Proprio in quest’ottica nasce la Settimana del Cervello, che si svolge in tutto il mondo, con lo scopo di divulgare lo stato dell’arte della ricerca neuroscientifica.

In Italia vari eventi naturalmente, cito fra gli altri  “Neurologia a porte aperte” con cui la Società Italiana di Neurologia, che per la prima volta partecipa, organizza visite ai reparti e laboratori ospedalieri e univerrsitari di neurologia per far conoscere il loro lavoro.

Ieri invece presso la facoltà di Psicologia I della Sapienza di Roma, un convegno (a cui ho partecipato) dal titolo Neurosocietà.

Il tema che ha percorso la giornata è stato l’influsso che le neuroscienze hanno oggi su vari ambiti disciplinari, da quello culturale delle arti della pubblicità e in generale dell’immaginario collettivo, a settori delicati come il dibattito sul “fine vita”.

E’ stata anche l’occasione per alcune discussioni sul ripensare (o no) i metodi delle neuroscienze, le sue ‘pretese’ di spegazione totale, di acquisire consapevolezza storica.

Una mattinata interessante che ha prodotto alcuni spunti di riflessione su temi che cercherò di toccare su questo blog.

Finestre (opache) sul cervello.

Rispondo con fermezza, assolutamente no! Se mai può rivelare se una persona è ipocrita o crede veramente in quello che dice.. si potrebbe usare come macchina della verità.. ma non certo per valutare il peso di certe affermazioni. [...]

Così risponde Andrea alla domanda finale del post di ieri.

In effetti esistono ipotesi sull’utilizzo dell’ fMRI come lie detector, macchina della verità.

Mapping a Lie

In questo scan le aree blu corrispondo a risposte sincere, quelle rosse a bugie.

Un passo indietro, cos’è l’fMRI?

La risonanza magnetica funzionale, abbreviata RMF o fMRI (Functional Magnetic Resonance Imaging), è una tecnica di imaging biomedico che consiste nell’uso dell’imaging a risonanza magnetica per valutare la funzionalità di un organo o un apparato, in maniera complementare all’imaging morfologico. [...]

Questa tecnica è in grado di visualizzare la risposta emodinamica (cambiamenti nel contenuto di ossigeno del parenchima e dei capillari) correlata all’attività neuronale del cervello o del midollo spinale, nell’uomo o in altri animali.

Facendo dei test perciò, è possibile individuare le aree che si attivano quando entra in gioco una certa funzione, come ad esempio dire la verità o mentire.

Misurando con la fMRI l’attività delle aree cerebrali associate alle bugie [...] potremmo determinare se il soggetto sta dicendo la verità.

E’ quanto afferma Scott H. Faro, autore di uno studio presentato al convegno annuale della Radiological Society of North America nel 2004.

Esistono diversi studi in questo senso ed è nata perfino una compagnia, la No Lie MRI, che afferma di utilizzare questa tecnica con un’accuratezza del 90% stimata al 99% quando lo sviluppo sarà completo.

Una versione più moderna del caro vecchio poligrafo, che da parte sua teveva conto delle risposte fisiologiche di un individuo sottoposto a interrogatorio misurando così l’attività del sistema nervoso simpatico.

In realtà però quest’utilizzo dell’fMRI non convince tutti (me compreso).

Innazitutto l’esame è facilmente falsabile, basta muoversi mentre lo scan è in atto, o trattenere il respiro, variando così la distribuzione di ossigeno nel sangue.

In secondo luogo, c’è da tenere conto dell’utilizzo di questo genere di apparecchiature nel sistema legale, mi spiego seguendo il ragionamento di Jonah Lehrer su The Frontal Cortex. Il rischio che si corre è che i giudici risentano del’influenza della metafora della finestra sul cervello: è facile cadere nel tranello di pensare, più o meno consciamente, che quello che l’fMRI fa è leggere nella mente, non fotografare lo scorrere del sangue nel cervello.

Leherer cita anche uno studio di Deena Skolnick Weisberg, che sottoponeva a studenti di neuroscienze o a persone qualunque alcuni spiegazioni “scientifiche” chiaramente erronee, in una situazione normale le persone erano facilmente in grado di individuare l’errore, ma se l’affermazione era preceduta dalla frase “Scansioni del cervello indicano”, tutti i soggetti diventavano meno critici, questo dimostra un bias non indifferente, sopratutto quando si tratta di giudicare della colpevolezza o meno di un imputato.

Allo stato attuale, sembrerebbe comunque per vari motivi che l’utilizzo di questa tecnica in ambito giuridico sia più che altro pseudoscienza.

Ciononostante, questa e tecniche simili vengono finanziate da varie agenzie, come CIA, FBI, DARPA, e alcuni metodi di imaging sono ammessi in tribunale nel Stati Uniti.

In ogni caso c’è bisogno ancora di molta ricerca in quest’ambito.

Will Brain-Scanning Lie Detectors Free the Innocent or Jail Them?
Mind-Reading Tech May Not Be Far Off

Una “macchina della verità” arriva per la prima volta in Tribunale, di Crimeblog.it che segnala un articolo per approfondire, Detection of Deception with fMRI: Are we there yet?

Il cervello che crede

Credere che il Sole sia una stella è lo stesso che credere che Gesù sia nato da una vergine.

E’ quanto afferma Sam Harris, psicologo alla University of California, Los Angeles, coautore insieme a Jonas Kaplan di uno studio che indaga attraverso l’MRI  (Imaging a risonanza magnetica) l’attività cerebrale in 15 soggetti Cristiani devoti, e 15 non credenti, nel valutare la verità o falsità di una serie di affermazioni, una parte delle quali religiose, le altre no, ad esempio:

Gli angeli esistono.

Alessandro il Grande fu un comandante militare molto famoso.

Nello studio è stato riscontrato che credenti e non, di fronte ad affermazioni che ritengono vere, producono un’attività della regione ventromediale della corteccia prefrontale.

Nessuna differenza dunque, quale che sia il tipo di ffermazione, religiosa o meno: se è ritenuta vera l’area del cervello che si attiva è identica.

Gli autori ritengono il risultato abbastanza sorprendente.

La fede religiosa di solito viene considerata un tipo di convinzione diversa dalle altre, cosìaffermano gli autori.

Ma davvero era logico aspettarsi un risultato diverso da questo?

I cambiamenti nelle scienze

Su io9 riportano di un gruppo di ricercatori che con ha mappato in cambiamenti nelle scienze negli ultimi dieci anni.

Diagramma alluvionale "Mapping Changes in Science"

Diagramma alluvionale "Mapping Changes in Science"

Il diagramma ‘alluvionale’, mostra come le neuroscienze, da specialità interdisciplinare, sono divenute disciplina autonoma, e matura, che gli autori della ricerca paragonano alla fisica, alla chimica, all’economia, al diritto, o alla medicina.

L’articolo originale, ‘Mapping Changes in Large Networks‘.


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